Questo focus fa parte del seminario Frammenti etnografici tenuto da Antroplogia Culturale presso Scienze della comunicazione-Sapienza a Giugno 2008. Propone un approccio all’etnografia del suono attraverso il montaggio di nodi teorici e dati empirici. La descrizione densai di un momento della nostra esperienza durante il funeral bororo, l’Aije Muga, è occasione di una riflessione sulla dialogica dell’ascolto come montaggio, la circolarità dischiusa del mito, il paesaggio sonoro, la trama che connette.
Stanotte l’aria nell’aldeia è insolitamente fresca: la pioggia ci ha seguito per tutto il pomeriggio alla missione salesiana di Meruri e al nostro ritorno il solito terriccio indefinito seccato al sole è diventato una superfice umida e rossiccia che si distende su tutta la superfice del villaggio. Tra pochi minuti partieremo per tornare a Sao Paolo e tra poche ore ci sarà l’esumazione del corpo; poi l’implumazione, la danza delle anime,le scarificazioni..ii
I ragazzi performano l’Aije Muga: con l’oscurità sono entrati nel villaggio correndo e urlando. Cosparsi di fango, scagliando palle di fango contro le capanne, suonando gli aije: rombi lanciolati simili a pesci di legno legati ad uno spago per un’estremità, che fatti roteare con forza sopra la testa producono un suono doppio e poroso, terrifico. Io sono fuori dal baitoiii, con loro, col mio vecchio registratore analogico.
“Aije” è intraducibile dalla lingua bororo con una sola parola: racchiude grappoli di significati come “spirito terrifico”, “mostro”, “essere che popola il fango degli acquitrini”, “strumento musicale di legno” “momento rituale”. Kleber mi ha voluto sottolineare come la natura di questo “spirito sacro” è un mistero che può essere svelato solo ai ragazzi che passano all’età adulta. Donne e bambini rimangono chiusi nelle case.
Nei giorni scorsi i ragazzi erano stati onnipresenti: allegri, sempre pronti allo scherzo e al gioco. Ora, dopo essere spariti per tutto il giorno (erano al fiume, a intagliare gli aije e fare scorte di fango, con l’aiuto dei loro padrinos) ritornano trasfigurati da spiriti terrifici, seri, urlanti, roteanti al suono: i ragazzi con i legni più grandi disegnano nell’aria traiettorie astratte coi loro corpi, consci che una maggiore torsione corrisponde ad un suono più terrifico; le palle di fango sui tetti di lamiera anziché di buriti producono scoppi improvvisi e violenti (l’innovazione architettonica risuona doppiamente violenta al rituale). Nel buio qualche ragazzo sembra sorridermi con la stessa espressione orgogliosa e beffarda che ho imparato a conoscere nei momenti di gioco.
Intorno il villaggio rompe nelle urla e negli chori (pianti) delle donne e dei bambini; al centro gli uomini aspettano nel baito, in silenzio. fuori il cerrado (la savana) si canta vivo e meraviglioso.
“Alla forte luce del giorno,
anche i suoni splendono”
(Pessoa)
http://www.zon-a.com/kuoiwo/bldyaije.mp3
panorami sonici. Il paesaggio sonoro (traduzione più diffusa di soundscapeiv, nome usato da Murray Schafer per creare questo nuovo orizzonte di studi; traduco “panorami sonici” per accentuare le affinità panoramatiche di questo approccio con altri scapes, quelli di Canevacci e Appaduraj, dei quali condivide le processualitá ibride, il metodo feticista) è composizione di suoni in uno spazio. Il vinile con lo chorov bororo e il traffico dalla strada si misturano nella mia stanza in una polifonia di significati che si dispongono tra le carte sulla scrivania , sui muri, tra le cose. Qui i suoni sono vivi solo all’ascolto: ciò che conta è il qui e ora, il contesto, la messa a fuoco dell’ascolto.
Potresti mettere a fuoco il quasi impercettibile gracchiare del giradischi, il colpo misurato dei passi, il vento che sfiora il microfono fuori dalla finestra o le forti poliritmie dei bapo (maracas) bororo, giocando a passeggiare leggermente come un flaneur sulle superfici panoramatiche della registrazione; componendo con l’ascolto una sinfonia totalmente differente. Tutti questi suoni provengono da mondi diversi, e potrebbero anche essere registrati in momenti diversi, ma vivono montandosi insieme nel momento dell’ascolto. Così forse le mie macchine ora si stanno confondendo col traffico che arriva ovattato dalla tua finestra e il canto bororo cambia l’aspetto familiare degli oggetti attorno a te, producendo un ulteriore panorama.
Un ascolto che si approccia ai panorami sonici non può filtrare, non può ricercare note pure da ascoltare (listen) rispetto ad un tappeto rumoroso di fondo, che vuole solo sentire (heard). Sente tutto, ascolta tutto: fagocita per intero il soundscape e lo scompone nelle parti del corpo, l’orecchio imprime nella carne frequenze altre, tra loro dissonanti. Così come il suono dell’aije si trasforma nelle torsioni soniche dei corpi danzanti dei ragazzi, l’ascolto si fa performante, si fa ventriloquo: gli organi del corpo parlano le voci del panorama interpretandone i sonismi, i silenzi. Il corpo come incarnazione di suoni diversi mutuati dalla polifonia dello scape. come corpo Xterminato e ventriloquo.
I paesaggi urbani e indigeni della registrazione ora non cercano di prevaricarsi a vicenda: il conflitto sonoro trova soluzione nella ridefinizione degli altrui confini in un cut-up continuo di significati: i rombi delle autovetture arrotano inquieti nelle superfici lisce delle maraca del mestre dos cantos al posto dei semi, ora disseminati per la strada indaffarati in poliritmici commerci urbani. Aldeia e metropoli che sviluppano connessioni molteplici e complesse.
L’ascolto monta continuamente i significati perché è consapevole dell’inconsistenza della fonte sonora: l’identità sonora è totalmente separata dall’identità dell’oggetto che l’ha prodotta, per il semplice fatto che potrebbe essere stata prodotta ugualmente da mille altri oggettivi. Così come parte dei rombi delle autovetture della strada non sono autovetture, ma sono aije, registrati e sovraincisi sul paesaggiovii. Il panorama sonico vive nel momento in cui è ascoltato; perciò tutti questi suoni, lo choro, la strada, gli aije, ora sono il suono del tuo computer. E se le tue casse acustiche sono lontane, tra le carte della scrivania, questi suoni saranno il suono di quelle carte. Questo non deve portare a sorbire indifferentemente tutti i suoni, ma a montare attivamente gli elementi dell’esperienza auditiva, visiva, tattile, odorosa, al fine di liberare nuove vie di significato. L’ascolto insomma fa dell´esperienza un montaggio. Un ascolto-in-montaggio.
fura beiço dele se for homem. È a meisma coisa
cabaciña. Boe não quer acabar” (Josè Carlos)
mito dischiuso. Il Funeral è momento fondante della cultura bororo. “Acabou o funeral, acabou o Bororo” (“Se si finisce di celebrare il funeral, finisce la cultura bororo”) mi ha ripetuto piú volte Kleber nei giorni nel villaggio.
Questo rituale lungo tre mesi attraversa un complesso processo di rigenerazione per ripristinare l’equilibrio perso tragicamente con la morte di una persona; tutti gli aspetti della vita nell’aldeia passano attraverso il dolore, il sangue e l’urucum, ridefinendosi. È cultura che si muove inquieta per dissolvere dualismi (tra tradizione e innovazione, sentimenti e ruoli rituali, poteri sacri e politici, dipendenze esterne e ricerca di autonomia) trovando di volta in volta soluzioni diverse, equilibri dinamici. È cultura che miticamente si scarifica e chora, interconnessa nel dolore-che-connette.
Il mito di riferimento é quello della taiquara: una pianta leggera e slanciata che cresce nelle prossimità del fiume che rigenera di continuo i suoi semi disposti circolarmente, cambiando i vecchi con i nuovi; questo le permette di essere sempre verde e vitale.
Il rito dell’Aije Muga segna l’inizio della fase piú importante del funeral: l’indomani l’esumazione del corpo del morto sarà il primo passo verso la trasfigurazione del cranio in arara (animale totemico della cultura bororo) e la restituzione dell’anima al villaggio delle anime, seppellendo le ossa nel fiume. Durante questo rito gli spiriti (che abitano certi colori del cielo: l’azzurro, il bianco, il rosso) e le anime dei morti (che abitano i regni di Bakororo, a est, e Itubore, a ovest) si incontrano nuovamente, e tradizionalmente il Bari bope doge si dirige al baito dove è presente la cesta che conterrà le ossa del morto (lo “sciamano” degli spiriti é qui assente, come attualmente in molti villaggi indigeni. Questo causa diversi problemi ad una cultura che non ha piú una figura che incarna l’equilibrio degli spiriti e delle anime nel villaggio, e che provvede alla salute dei suoi abitanti). L’Aije è uno spirito malvagio che divorava i corpi dei Bororo prima dell’istituzione del funerale. I ragazzi devono incorporare gli aije per scacciarli e salvare il villaggio, dimostrando il loro valore per passare alla vita adulta, cosi come sancisce successivamente il rito della consegna dell’astuccio penico, il bà. L’aldeia così si apre agli spiriti del cerrado e permette loro di imperversare nel suo silenzio-delle-anime rotto solo dai pianti delle donne e dei bambini.
L’Aije per incominciare a vibrare deve avere un sussulto durante il moto circolare del legno: questo ne fa una circolarità sonica spezzata, un identità che sul momento di chiudersi si riapre agglutinando nuovi significati. Quella sera ho avuto la sensazione che il momento rituale prendesse la forma di un vuoto-che-vive (quello del bari), di un cortocircuito, di un silenzio che vive il momento fuggevole dell’equilibrio delicatissimo creatosi tra tanti significati. Forza sensuale, tensione, delicatezza e morte cullati nello stesso movimento circolare.
ceci n’est pas une aije.viii
girare attraverso. L’Aije è strumento musicale, spirito terrifico, tabù sessuale (solo gli uomini possono vederlo), iniziazione maschile, suono terribile e momento rituale: ha una natura poliforme e frastagliata che opera salti continui tra concetti e forme diverse. È tutt’uno col corpo del suonatore, cosparso di fango, che è personificazione e anche avversario mortale dello spirito: la sua natura comunicazionale risiede nella contraddizione, nell’essere sempre qualcosa e allo stesso tempo qualcosa di altro. Gregory Bateson osservava come nei linguaggi non discreti (il linguaggio delle azioni, quello dei sogni, quello iconico) non è prevista la possibilità di una negazioneix. Sebbene disegnandolo abbiamo la possibilità di descrivere, anche minuziosamente, un “albero”, non abbiamo nessuna possibilità di disegnare un “non albero”. Allora questo tipo di linguaggi ricorre a variazioni dell’oggetto denotato per testimoniarne la negazione: il mordicchiare giocoso dei gatti (che non possono ricorrere al linguaggio discreto per dire: ”questo è un gioco”) è un morso privato di tutte le connotazioni del morso (non fa male, è ripetuto, le unghie sono retratte, il pelo non è rizzato). È un non-morso, è qualcosa d’altro. Penso che non sia casuale che un momento simbolico tanto importante come la riunione di spiriti e anime sia affidato ai ragazzi, e che proprio in questo momento tutto il villaggio rimane in balia della loro vitalità, del loro gioco serio e consapevole, della loro violenza inoffensiva, della loro sofferenza acuita e dissolta dall’azione. La significazione “al negativo” permette di raggiungere thickness profondissime: l’aije si configura come il suono di un non-spirito-terrifico, che nasconde sempre qualcosa di altro, di oltre. Ed è questo sconfinamento semiotico e metonimico che ne fa una trama-che-connette forme e significati diversi girandovi intorno mentre suonax. girandovi attraverso. Il tabù sessuale, il predominio maschile, sono solo parti di un oggetto che può essere assimilato solo con un azione ricorsiva: perturbare i significati fissi, rivelarvi un oltre. Questo spirito ha la potenza comunicativa e oscura delle maschere, delle quali forse condivide il contenuto celato: il vuoto.
L’Aije è un suono che richiede spazio e la sua esecuzione polifonica si distende a macchia d’olio per tutta l’aldeia, perché non è mai solo: se c’è un aije c’è una prolifonia (polifonia che prolifera) di spiritisuoni, tale da perturbare in montaggio le derive di culture orlate e attraversarle. I tetti in lamiera diventano urli penetranti. I ragazzi diventano adulti, eroi e spiriti terrifici. Il controcanto sempre costante e sottile delle donne si trasforma in brandelli straziati di carne sonora che dirompono dalle capanne. Il fango diventa corpo solido e violento: colpisce-penetra-sporca-connette. Il corpo dei suonatori si fa tutt’uno con lo strumento sonoro. Il cerrado si fa polifonia di spiriti. La circolarità vuota dell’aldeia si fa silenzio prolifonico. Non-tetti, non-ragazzi, non-cerrado, non-fango, non-spiriti sono interconnessi nella stessa catena di significati, sono tutti movimenti sonici all’interno della stessa ecologia della mente.
Gli spiriti terrifici sono un suono exterminato che trapassa e perturba i piani logici dell’ascolto. E l´ascolto deve riuscire a lasciarli imperversare tra interzone orlate di significati. L’Aije penetra la delicatezza dei concetti, portando ad un ascolto non neutro ne passivo ma scomposto, dischiuso, che ripercorre attivamente le vie di significati che ha aperto per tutta la circolarità dell’aldeia.
L’aije è s(u)ono r~umore:il Suono è S(u)ono perché la sua esistenza (sono) è indissolubilmente legata col suo suonarsi. un suono “é” solo nel momento in cui suona, e interagisce in un sounscape ed é ascoltato. il suono “é” solo quando “fa” qualcosa.
il Rumore è R-umore perché è fluido del corpo ventriloquo, fluido umorale spesso e scuro che penetra le membra, é carico di significati, è vivo e vivifica, scomposto, perturbante.
Aije è un suono profondo di significati, profondamente intrecciato nel soundscape, scomposto e capace di scomporre.
scomposto: non composto, non fermo, in fremito, in ricerca continua di nuovi percorsi e di salti di livelli logici, penetrante e perturbante.
scomposto: frutto di una scomposizione, o di una composizione violata. Un corpo scomposto nel sonno scomodo, mette in crisi gli equilibri precedenti e instaura rapporti dissonanti nella posizione delle parti. Si apre.
i rapporti dissonanti sono più aperti agli interventi esterni; parti del corpo scomposte sono allungate alle estremità con l’altro, tese nell’ascolto, nel dialogo.
L’ascolto deve produrre un oscillamento continuo tra montaggio di dati, corpo scomposto, perturbante e trame-che-connettono. Questo fa del soundscape il suo feticcio, ventriloquo e polifonico, che gli parla di molte cose e che deve essere capace di dissolvere penetrandovi le vie frastagliate di significati. Già Russolo, futurista, nella sua “Arte dei Rumori” ha visto chiaramente come uno spazio urbano sia capace di reificarsi in un tappeto sonoro sul quale formicolano tutti gli altri rumori in multiformi stratificazioni poliritmiche, una vibrazione risultante di tutti i suoni parziali del contesto che si fa ventriloqua:
“La strada è una miniera infinita di rumori: gli andamenti ritmici dei vari trotti o passi dei cavalli, rispettivamente alle scale enarmoniche dei tram e a quelle delle automobili, le riprese violente dei motori di questi ultimi, quando altri motori hanno invece già raggiunto un tono acuto di velocità; i traballamenti ritmici di una vettura o di un carro dalle ruote cerchiate di ferro, contrapposti agli scivolamenti quasi liquidi dei pneumatici delle automobili [...] E su tutti questi rumori il brusio continuo, stranissimo e meraviglioso della folla, del quale si possono determinare solo poche voci che arrivano chiare e distinte fra tutte le altre anonime e confuse.”
In una strada di città un aije è solo un motore in più: per un momento la metropoli sembra trasformarsi in un continuo e trafficatissimo rituale di linguaggi e scapes moltiplicati. Un “mito veloce”, per dirla come i futuristi, che rivolta ogni cosa verso un oltre, un altro. una “città che sale”xi
xii .
thick description: Geerz, interpretazione di culture
bibliografia bororo on line http://www.zon-a.com/metazona3/index.php?option=com_content&task=view&id=50&Itemid=3
“bai mana gejewu”, o “baito” é la casa delgli uomini al centro della circolarità del villaggio.
world forum for acustic ecology http://interact.uoregon.edu/MediaLit/WFAE/home/
nella cultura bororo non esistono nette linee divisorie tra il cantare e il piangere. Punti così lontanamente vicini si incrociano nella forma fluida dello choro (chorar in portoghese significa piangere), che accompagna ogni momento importante della vita bororo, specialmente nel funeral. È segnato dalle poliritmie dei bapo del mestre dos cantos, dal controcanto flebile e sempre presente delle donne, dai racconti lunghissimi, dai ricordi che riaffiorano, dal pianto a volte rivive nello choro di qualcuno.
Chion, “L’arte dei suoni fissati o La musica Concretamente”
clip sonoro degli aije di Bororo Vive con urli finali dei Bororo
È una ripresa del celebre: “questa non é una pipa” di Magritte.
cfr il metelogo “che cos’è un istinto?” e “Una teoria del gioco e della fantasia” in Gragory Bateson, “Verso un ecologia della mente”
Come Freud aveveva allargato i confini della mente verso l’interno, il subconscio, i sistemi neurovegetativi, Gregory Bateson ne allarga i confini verso l’esterno, oltre l’epidermide;immaginiamo un vecchio ceco che procede a tentoni con un bastone: dove finisce il suo io? Alla fine del bastone? Nel mezzo? Nell’ipugnatura? nel pavimento? La mente è un unità funzionante per tenativi ed errori fondata sul concetto di informazione. La mente è il sistema vecchio-bastone-ambiente nel quale viaggiano le informazioni. E se questo vecchio ceco si mettesse a danzare, nel bel mezzo della strada. Che suoni sta danzando? dove si fermerebbe le sua mente?
un uomo punta il vaso di pandora sospeso tra note ordinate e appese a un muro. la musica è frenetica. lui spara. “Entr’actè” 1924, di Renè Clair. con Franci Piacabia e musiche di Erick Satie. Le avanguardie del primo novecento hanno saputo dare un taglio innovativo e unificante all’etnografia, l’arte, il suono, che col tempo purtroppo ha perso di essere considerato. Cfr. James Clifford,“I frutti puri impazziscono, Etnografia, letteratura e arte nel secolo xx”
e Daniele Lombardi, “ Il Suono Veloce, Futurismo e Futurismi in musica
tudo, mas comença tudo outra vez, porque tem
que faz quando ele morre. Morreu devia acabar
“boe nasceu para complicar. Nasceu poe nome,
xii
xi
x
ix
viii
vii
vi
v
iv
iii
ii
i
0 risposte finora ↓
Non ci sono ancora commenti... Inizia tu riempiendo il modulo sottostante.