Otto giorni a Berlino trasmettono un grande senso di spazialità; la sensazione di città “slargata” che accompagna l’impatto con la metropoli col tempo cede il passo all’ acclimatazione alle facciate spaziose degli edifici, i marciapiedi larghi, le chiese rosse di mattoni enormi, le proporzioni aumentate nelle quali i suoni si rincorrono netti acquistando un riverbero particolare.
Otto giorni fa sono arrivato a Berlino e lo stare qui si sta trasformando in un lento apprendimento a intuire una città, di cui l’essenza è un gioco danzante di segni, di incomprensioni, di apparizioni.
Ho trovato casa a Sudstern, nella parte bassa di Kreutzberg, o Xberg come viene spesso abbreviata, quartiere storicamente al confine tra est e ovest. Sudstern é un’imponente chiesa gotica al centro di un frequentato incrocio stradale, quasi un atollo appollaiato nel mezzo dell’eleganza dell’Haseneide straße. Questa collega Neukoln, che inizia nei movimenti confusi del mercato di Hermann Platz, con Schömberg, costeggiando l’Volkspark Haseneide e incrociando le grandi vene che attraversano il centro da sud verso nord: Prinzenstraße, Merhringdamm, Potsdamerstraße. Sono vie enormi perse nella loro malinconia, affascinate dall’eleganza dei loro stessi palazzi addormentati, e tuttavia frequentate. Prinzenstraße procede con ritmo dritta ad Alexander Platz incurante, nel suo incedere da principessa bella ma ottusa, agli affondi precisi e affilati dei cavalieri-Ritterstraße e alle numerose offerte dei discount che a tratti ne affolano i lati. Potsdamerstraße deborda dall’implosione della nuova Potsdamer Platz, monumento all’energia e al movimento dell’equipe di Renzo Piano, ma poi si riscopre mansueta allorché teatri hotels e Doner Kebap ne rallentano il flusso pomeridiano.
Quanto sono diverse queste strade da quelle che costeggiano i canali della Sprea e si snodano tra i palazzi dietro la metropolitana rialzata della Skarlitzerstraße è un mistero che non ho ancora risolto. Qui i passi sono più lenti, i respiri piú ampi, i ritmi assimilati a quelli delle castagne che cadono sulle rive del canale e alle lente preparazioni dei cibi nei ristoranti bio.
Walter Benjamin nella sua infanzia berlinese racconta di come amava passare il tempo nella loggia , la stanza affacciata sul cortile della sua casa , ascoltando i passi veloci di chi scendeva le scale, il vociare ovattato dietro le fineste, il ritmo lontano della ferrovia, lo sbattacchiare improvviso delle serrande a sera, il frusciare continuo delle foglie contro i muri d´autunno. Ogni suono, un segno. I cortili a Berlino sembrano essere questi luoghi magici dove tutto è sospeso e i suoni hanno il tempo di rimanere fissati alle pareti. Nel poco tempo che ho avuto finora ne ho visti di bellissimi, incantati tra le intimitá che le finestre tutt’attorno custodiscono. Ho visto un artista, Marco Canevacci, che durante un esposizione ha tentato di catturarne lo spirito con la sua plastica fantastica. Nella kunsthouse Tacheles il cortile nel retro si apre, nella sabbia, ad un paesaggio postmetropolitano incorniciato da sculture metalliche e atelier di artisti. Nel confine tra la magia dei suoni del cortile e il riverbero dei suoni delle strade si colloca il mio stupore. La mia domanda, ora, é la stessa di uno stencil sul marciapiede del ponte di Warschauer strasse: “Was hort die stadt?” “Cosa ascolta la cittá?
La gente che abita questi paesaggi e con naturalezza ne entra a far parte respira queste differenze con cognizione. Sembra aver assimilato nel modo di camminare i l’eleganza della luce/ombra e le tinte neutre delle pietre che intessono in modo così vario i marciappiedi della città. Questi sono sempre incredibilmente spaziosi e segnano le differenze tra passaggi pedonali, automobilistici e piste ciclabili spesso con il solo accostamento di patterns di pietre diversi. Sulle strade i confini si fanno texures. In confronto a Mosca Benjamin trovava che la larghezza spropositata di questi marciappiedi li trasformava in lunghissimi palchi dove anche gli straccioni acquistavano un che di principesco. In effetti mai come in questi giorni ho colto tante particolaritá in uno sguardo, perché questo sembra essere il massimo che i luoghi pubblici possono offrire, nei passanti che incrociavo. Eppure, al contrario di quanto potevo aspettarmi, qui non è diffuso un gusto trasgressivo nell’apparire. Il grigio delle pietre non richiama continuamente il contrappeso di tinte forti ma c’è tutto fuorchè uniformità. Persone si differenziano per un taglio, un cappello, uno sguardo, dei guanti, dei passi e lasciano il resto a delle tinte, neutre o naturali, che hanno un in’inclinazione, per così dire, “mimetica”. Stando a Berlino si incomincia ad avere un che di non rifinito, come se si volesse emergere di poco ma con decisione con la propria persona e lasciare alle strade e i muri attorno il lavoro rimanente. Come nel tedesco parlato qui in giro emergono spesso, di poco, idiomi e provenienze lontane. E nelle pause delle Volkschule, le scuole popolari che sono lo stadio precedente di molta della lingua tedesca parlata a Berlino, questo stesso tedesco diviene un’esplosione di lingue diversissime.
4 risposte finora ↓
Ana Maria Forero Angel // Ottobre 2, 2008 a 5:29 pm
Bldy,
Che dire, mi trovi assolutamente complice. Le stesse sensazioni le ho avute io nei miei brevissimi 15 giorni berlinesi. E’ una città che mi è entrata, mi ha abitato come nessuna.
Sono contenta che tu possa viverla, ascoltarla. Sono felice di poter conoscerla e sentirla attraverso le tue parole.
Grazie
bldyman // Ottobre 2, 2008 a 5:44 pm
bhe, si la sensazione è proprio quella di “essere abitati”, non c´è che dire. grazie per aver letto subito!
Rosalba // Ottobre 15, 2008 a 7:11 am
Il sentimento empatico con cui descrivi la città è contagioso e le tue capacità narrative sono sorprendenti.
R.
freeesse // Ottobre 22, 2008 a 9:00 pm
Berlin! Rileggevo queste righe,e dopo esserci stata, scopro nelle sinestesie che questi suoni, colori, odori che prima erano immaginazione ora sono ricordo. … Un impatto fortissimo